Guido Lorenzi, “Stivor, ritorno a casa”. Museo Usi Gente Trentina Editore. Trento, 1980.
martedì, 2 marzo 2010

Emigrazione italiana nei territori settentrionali dell’ ex-Jugoslavia

La lingua italiana si trova presente nei Balcani occidentali anche per via dell’emigrazione italiana, e non solo per ragioni collegate all’ etnia neolatina autoctona della regione. Infatti dopo l’ Unita’ d’Italia si e’ avuto un notevole flusso di emigrazione dall’Italia unita verso l’attuale Bosnia, Croazia, Slovenia e Dalmazia.

Per esempio, Alessandro Vigevani ci fornisce notizie sulle vite dei friulani e veneti in Croazia, Slavonia e Dalmazia durante questa grande emigrazione italiana avutasi dopo la creazione del Regno d’Italia.

Infatti nella seconda metà dell’Ottocento queste regioni furono meta di molti spostamenti
stagionali - e talvolta definitivi - tanto che, verso la fine dell’Ottocento, fornaciai e muratori dal Triveneto
detenevano un vero “monopolio” lavorativo in Croazia.

I primi arrivi di friulani e veneti nella città di Fiume risalgono ad epoche antiche, ma a cavallo tra
Ottocento e Novecento ricominciarono, rendendo possibile il rinnovamento edilizio della città e
la costruzione di opere portuali. Vediamo una cospicua presenza dei nostri corregionali anche a
Lubiana: dopo il terremoto nel 1895 i muratori svolsero un ruolo essenziale nella ricostruzione
della città. E ancora troviamo manodopera friulana e veneta a Zagabria: dopo il terremoto del 1880 la
città cambiò volto, e da vecchio centro provinciale austriaco si trasformò in una moderna città.
Molti italiani risiedevano in altri centri, ad esempio Karlovac, Vinkovci e Sisak. Quest’ultima
città, all’epoca, era un importante porto fluviale in cui la comunità friulana aveva avviato il
commercio di legname e la produzione di mattoni.
Oltre ai fornaciai, ai muratori e ai capomastri, si nota altresì la presenza di impresari edili. Per
fare un esempio, Girolamo Colussi di Osoppo (1781/5-1880) ed il figlio Antonio (1812-1868)
furono tra i promotori della corrente migratoria in Croazia, offrendo impiego presso la loro
azienda. In linea con la tradizione familiare, nel 1864, anche il nipote Andrea Colussi (1848-
1930) rivestì un ruolo importante nelle costruzioni, la sua ditta infatti trasformò il volto edilizio
di Sisak: ristrutturò le vecchie opere fluviali, lastricò le strade, eresse palazzi pubblici ed
abitazioni private. L’altro nipote, Antonio, lavorò principalmente a Karlovac sempre come impresario.
Inoltre dalla seconda metà dell’Ottocento cominciò la realizzazione di linee ferroviarie ed anche
in questo caso servì la manodopera friulana e veneta. Verso il 1860 iniziarono i lavori del tronco
ferroviario Zigani Most-Zagabria, aperto al traffico fino a Sisak nell’ottobre 1862. Un’altra opera
importante fu la linea Zagabria-Fiume.

Molti emigranti italiani si trasferirono, a fine secolo XIX e principalmente dal Bellunese, in qualche centro rurale della Slavonia (Kutina, Lipik, Ploštine) ed ancora oggi vi sono presenti  http://www.mclink.it/com/inform/art/09n1…) .

Inoltre molte centinaia di emigranti pugliesi si traferirono alla fine dell’ Ottocento a Ragusa e nel sud della Dalmazia: si trattava principamente di poveri muratori e pescatori che furono assimilati dopo sole due generazioni dalla maggioranza slava, al punto che ora non se ne hanno quasi piu’ traccie nella comunita’ ragusina attuale. A Lubiana -del resto- all’inizio del Novecento vi era una piccola comunita’ “regnicola”, fatta principalmente di muratori ed operai dell’ edilizia, che fu eliminata ai tempi del nazional-comunista Tito.

Al termine della I Guerra Mondiale l’assetto politico di queste terre cambiò: l’Ungheria, in
quanto parte costituente dello sconfitto Impero asburgico, dovette cedere la Croazia e la Slovenia
al neocostituito stato di Jugoslavia, la Transilvania alla Romania, la parte orientale del Banato alla Romania e quella occidentale alla Jugoslavia (Trattato di Trianon, 1920): questo cambiamento comporto’ la fine dell’emigrazione italiana in queste regioni.

Infine va ricordato che gli emigranti italiani giunsero in Bosnia-Erzegovina verso il 1865, ma il flusso migratorio più corposo si ebbe dal 1878, dal momento cioè in cui iniziò l’amministrazione austriaca di questo
territorio, fino alla Grande Guerra ed al conseguente sfaldamento dell’Impero. Le mete furono
diverse, a seconda delle professioni. Nelle città importanti come Sarajevo emigrarono soprattutto
artigiani, commercianti ed imprenditori, mentre parecchi contadini si stabilirono nel distretto di
Banjaluka. I muratori, i mattonai e i braccianti, quasi tutti provenienti dalla provincia di Udine,
furono il gruppo più numeroso: una quindicina di loro lavorava a Banjaluka già nel 1867.
Del resto, una parte di italiani del Nord veniva impiegata nella lavorazione del legname.
Nel 1910 il conte Giuseppe Giacchi, console generale a Sarajevo, ricorda che “la colonia più
numerosa è l’italiana che quantunque molto ridotta da quella che fu pochi anni or sono al tempo
dei lavori ferroviari, pure supera il migliaio di individui”. All’epoca le località italiane, che
davano un apporto maggiore al fenomeno dell’emigrazione in Bosnia, erano Udine, Belluno e Treviso.

Emblematico il caso degli italiani emigrati a Stivor, in Bosnia. Eccone uno scritto riassuntivo fatto da Guido Lorenzi:

Una piccola Italia tra le valli della Bosnia

A causa delle difficili condizioni di vita, verso la fine del diciannovesimo secolo, molti Trentini furono costretti ad emigrare dalle loro valli chi per andare in Brasile, chi in Argentina, o altri in paesi dell’America ma anche qualche famiglia in Bosnia. A quei tempi il nord-est dell’Italia, come anche la stessa Bosnia, si trovano sotto l’Impero austro-ungarico cosicché le due realtà appartengono ad una unica entità amministrativa statuale, se non ad un’unica nazione e la mobilità interna non trova particolari ostacoli politici, anzi viene agevolata. A seguito di una devastante alluvione della Valsugana ad opera del fiume Brenta (una “brentana“) molte famiglie trentine caddero in rovina, tra il 1881 e il 1882. Si videro distrutta la loro casa, rovinate le loro operose attività economiche. E a molti non restò altra via che quella di emigrare: dapprima in Brasile (ma il proposito fallì presto per via di un raggiro di paese e di false promesse) e quindi in Bosnia. La decisione di emigrare in Bosnia fu favorita da una serie di contingenze storiche… Con il Trattato di Berlino del 1878 l‘Impero austro-ungarico aveva assunto l’amministrazione della Bosnia, seppure rimasta in territorio ottomano tanto che soltanto nel 1908 l‘Impero austro-ungarico avrebbe annesso totalmente la regione. Così Vienna, senza temporeggiamenti e per un preciso disegno, si diede subito a promuovere e ad attuare una politica di ripopolamento della Bosnia a scapito delle autorità turche e delle locali popolazioni. In questo progetto di ripopolamento della Bosnia l’imperatore Francesco Giuseppe fece rientrare le famiglie della Valsugana, di Primiero, Aldeno e Cimone. Partirono delle famiglie (320 persone circa): una parte si stabilì in Bosnia nei distretti di Prnjavor e Banja Luka; una parte si stabilì in Erzegovina, nei distretti di Konjica e Tuzla. La presenza italiana a Konjica non durò a lungo. Nell’area di Štivor si insediarono le famiglie provenienti dalla Valsugana. La condizione per entrare era che la persona avesse concluso una qualsiasi scuola o professione e che fosse alfabetizzata. I Trentini sono accolti sulla proprietà dei Beg (titolo nobile turco), che hanno l’obbligo di accogliere ciascuno due famiglie e cedere loro un congruo pezzo di terra, lì i Trentini si mettono a coltivar le viti. Il vino era poco conosciuto in quella regione e la gente veniva da luoghi lontani per comprarlo dagli esperti coltivatori trentini. “Oggi non si potrebbe più vivere di questo, - dice un certo Andreatta - perché più nessuno con la globalizzazione dà importanza ai prodotti locali”. Stivor rientra nella municipalità di Sibovska (Republika Srpska, Bosnia - Herzegovina). Conta più di 150 case, belle, ordinate, con giardino ma in buona parte ormai vuote perché la gente torna sempre più spesso in Italia a lavorare. Al “Circolo Trentino” arriva regolarmente la rivista “Trentini nel mondo” che riporta tutte le informazioni sugli avvenimenti più importanti della Provincia Autonoma. Ma in realtà, oggi come oggi, le vie di comunicazione sono altre e più istantanee come i canali digitali della televisione ed internet… Nessuno sa esattamente perchè il paese sia stato chiamato originariamente così ma, quelli che sembrano più informati, azzardano la loro ipotesi richiamando un’etimologia derivante dalle prugne (sljive) da sempre coltivate nella zona. L’attività principale è, quindi, l’agricoltura, anche se nessuno più vive solo di questo specie coloro che, in un recupero di regressiva italianità, sono tornati vantaggiosamente a lavorare oltre confine. Anzi leggo su un’intervista che gli abitanti ci tengono a far sapere che si occupano di agricoltura solo più… per impegnare il loro tempo libero. Oggi come oggi, tramontata definitivamente la cortina di ferro, tutti hanno riacquisito la cittadinanza italiana e mantengono legami solidi col Trentino da cui i loro avi erano partiti (soprattutto da Pergine, Levico,…) per trasferirsi qui dopo il 1875. A Stivor possiedono tutti il passaporto italiano, nelle scuole si studia italiano, si leggono i giornali italiani e si vive con pensioni italiane. E si dichiarano, proprio tutti, particolarmente orgogliosi della loro cittadinanza italiana, riottenuta qualche anno fa in seguito al varo di una legge che ha previsto il suo conseguimento per le sole origini, ed esattamente, in base ai registri anagrafici che si custodiscono nelle chiese. Accanto alla principale del paese c’è un piccolo cimitero. Sulle lapidi sono incisi tutti cognomi italiani tra cui, in questa sorta di Spoon River slava, molti Andreatta, Andretti e Moretti.