Il paese dove crescono le prugne

Stivor (Bosnia): un’emigrazione dimenticata per decenni

di Alberto Zandonati

 

La pioggia che non smette mai, l’acqua che porta via i campi e il futuro. Tra il 1881 e il 1882 la Valsugana era così, stretta tra nuvole basse e torrenti in piena. Allora bisogna vendersi casa e i pochi gioielli di famiglia per pagare l’unico viaggio della vita, perché sai che per il Brasile non c’è andata e ritorno. Scoprire poi che la crudeltà del destino è un’invenzione letteraria perché è la cattiveria di uno solo che promette biglietti e invece ruba soldi e speranze. Erano anche tempi di Asburgo e di Impero austro- ungarico, che aveva appena acquisito l’amministrazione della Bosnia Erzegovina dal vicino Turco, che fino a pochi anni prima si affacciava su Venezia e bussava alle porte di Vienna.

Anche i funzionari di Francesco Giuseppe riescono a mettere insieme terre da colonizzare e contadini senza terra. Le coppie più giovani si sposano subito prima di partire e si preparano i carri. Si parte in poco più di 200. La stanchezza cresce mentre i buoi calpestano 1000 km di strade e, quando si fermano, la terra intorno è disabitata, con foreste ricche di selvaggina, incolta. L’aspettativa di case, scuola e chiesa trasforma il ringraziamento al Kaiser in una mezza bestemmia. Il resto del fiato si risparmia per abbattere alberi e costruire i primi rifugi, dissodare il terreno per seppellire i morti e spargere le sementi, portate dalla Valsugana, che ormai stanno disseccando. Tra le piante che già crescono ci sono gli alberi di prugne. Ed è il nome storpiato di quel frutto (sljive) che finalmente dà il nome al nuovo paese: Stivor, Bosnia. Quelle prugne poi le distilleranno sulle aie cercando nella slivovizza un ricordo della grappa. Gli altri ricordi invece verranno costruiti a mano: arcolaio e rocca per filare la lana, sbattitori a mano per fare burro e formaggio, i mattoni con la terra argillosa e giallastra per le case.

Si scopre che lì vicino, oltre ai Trentini, sono stati inviati altri sudditi: ci sono Cechi, Polacchi, Tedeschi. Si scopre anche che il territorio è amministrato dall’impero, mentre le persone sono di competenza dei Bey turchi, i nobili che formavano la casta militare a cui i contadini coltivano la terra e pagano le tasse. Dovranno farlo fino al 1908, quando anche il governo degli uomini dipenderà da Vienna.

L’ultima lettera

Il primo Novecento regala anche la confusione di regni che si sciolgono, confini da discutere, trattati da firmare e dimenticare, spese militari da raddoppiare. E quando gli arsenali sono pieni come botti di vino si sa che basta togliere un piccolo tappo, sparare un solo colpo di pistola, per riempire bicchieri e interi paesi di rosso, di vino e di sangue. Il filo che si spezza con il colpo di pistola, non è solo quello della vita dell’erede al trono d’Austria e della pace in Europa, ma anche quello che teneva uniti Bosnia e Trentino, Stivor e Valsugana. Vie di comunicazione e comunicazioni postali lasciano il posto a soldati in marcia. L’ultima lettera da Stivor arriva in Valsugana nel 1915. La guerra distrugge la valle, aggiunge confini, fa perdere tracce. Un piccolo filo, sottile, trattiene la memoria degli emigranti di Stivor.

Penelope

Per l’Italia c’è un ventennio di tristezza e per tutta l’Europa ci sarà una guerra calda e una fredda. Alla fine degli anni ‘60 c’è una tela complessa, ricamata di cortine di fumo e di ferro, che solo una donna poteva sciogliere. Sandra Frizzera scrive ed è una Penelope notturna che parte dal filo di memoria, offre un approdo, riallaccia i nodi a disegnare un tessuto che possa finalmente coprire la lontananza.

Penelope sa anche che le parole da scrivere devono portarsi dentro un senso di necessità e di imprescindibilità per poter fare una buona storia. Bisogna trovarle queste parole. Magari all’inizio sono solo un accenno sentito per caso, ma poi bisogna ascoltare le voci nelle osterie della Valsugana, inseguirle nei discorsi dei vecchi che ancora ricordano i racconti di un viaggio disperato, cercarle negli archivi. Poi Sandra Frizzera fa una cosa che Penelope non fa: si prende le ferie, carica la famiglia in macchina e parte per la Yugoslavia di Tito. Non ci sono navigatori satellitari e alzacristalli elettrici, sono ancora anni di cartine imprecise e finestrini a manovella. Cartine stracciate che non riesci più a richiudere, intrise di inchiostro rosso a segnare le strade già battute e finestrini a manovella da abbassare per chiedere informazioni. Per chiedere se lì vicino ci siano comunità di italiani, trentini emigrati, valsuganotti dispersi. Bisogna immaginarsi un rosario di risposte negative, occhi sgranati, facce perplesse, per capire la gioia di quando, al posto di una risposta, la persona a cui chiedi si gira verso casa e grida “Vegnì, vegnì! No i na’ desmentegadi!”.

Da lì parte un’altra storia, fatta di abbracci e ricordi, solidarietà silenziosa e concreta, amicizie da fondare sul tanto tempo in cui non ci si conosceva.

Poi ci sono le sere e i luoghi in cui la memoria comune si rinsalda. C’è il cimitero dove leggi nomi e date: Valandro, Moretti, Dalsasso, Montibeller, Agostini, Baldo, Rover. Nomi scritti su lavagnette nere, quelle che i primi coloni si erano portati dalla Valsugana, per insegnare a leggere e a scrivere ai bambini. Lavagnette murate nelle lapidi e riparate da un vetro.

Paura

A Stivor ci sono sempre le casette allineate lungo la strada principale, circondate dal verde, e, nella Val Moia, l’avvallamento del terreno da dove sgorga la sorgente e dove la sera le ragazze andavano ad attingere l’acqua con i secchi appesi alla bigoncia. A Stivor non c’è l’acqua in tutte le abitazioni. C’è il pozzo vicino alla chiesa e qualcuno se l’è anche scavato vicino a casa con 20, 30 metri di trivellazione.

Ci sono ancora un centinaio di residenti su seicento abitanti. Il racconto è quello della signora Paternoster, che offre la slivoviza fatta in casa e parla di figli suoi e di Stivor, in giro per il mondo: non solo Trentino e Italia, ma anche Austria, Svizzera, Germania e Australia. Una nuova emigrazione, ma senza le piogge d’acqua di 120 anni fa. La pioggia è quella delle bombe che hanno rimescolato la geografia dei Balcani negli anni ‘90. Il racconto è quello della paura che vedi nelle notti illuminate dalle granate. La paura è quella di uomini che, per non essere richiamati, scappano o semplicemente non rientrano dai loro posti di lavoro nel resto d’Europa, rinnovando la diserzione come metodo popolare di risoluzione di conflitti decisi da altri.

La paura è quella di donne e bambini che riescono a sfollare in Italia durante il conflitto, su pullman scortati fino al confine, poche cose in piccole valigie e orsacchiotti di pezza.

La paura è quella di vecchi che restano, che vedono passare truppe e mezzi anche sulla strada che attraversa Stivor, mentre nei paesi vicini le case vengono occupate e i luoghi di culto bruciati. Sapranno solo dopo la guerra che l’ordine era di non toccare gli italiani, forse perché i nemici che ci si era scelti erano già abbastanza numerosi in casa senza doverne cercare altri all’estero.

Identità

Oggi a Stivor c’è il Bar Trentino, dove il gestore parla con un dialetto “antico” e racconta delle permanenze in Vallagarina finché c’era lavoro e la scelta di affrontare la crisi da qui, aspettando l’estate e le vacanze che riportano famiglie da tutto il mondo. C’è in fondo l’idea di una capacità di adattamento, di una cultura che non è data per sempre, fissa e immutabile. Che può partire da basi solide che si mantengono, come in questo caso, a causa di un isolamento forzato ma che poi, necessariamente, si mescolano con altre esperienza. È anche una lezione per chi abusa di nostalgie identitarie: la capacità di evolversi senza irrigidirsi in modalità di esclusione del diverso. Forse per chi è stato diverso per tanto tempo è più facile. Forse è più facile per chi ha visto le famiglie dei paesi vicini disgregate dai troppi nazionalismi. Forse è più facile per chi oggi si fida di te e ti affida le chiavi di casa per i prossimi sei mesi, fino alle prossime vacanze.

Ritorno

 

A Stivor si ritorna. Per tanti motivi. Anzitutto perché, come tutti quelli che ne incrociano la storia, fai fatica a trovarlo la prima volta. Va cercato, perché non è un luogo di passaggio e bisogna chiedere informazioni e ricordarsi di svoltare a destra dopo un autolavaggio. Poi perché sarebbe un perfetto personaggio omerico: avventuroso suo malgrado, nato da un tradimento, cresciuto lontano, dimenticato e poi ritrovato. Quasi disperso in un’altra guerra e oggi riaggregato nel mondo.

Infine si ritorna perché c’è la casa dei Tissot. Emilijo è in pensione e vive in Italia con moglie, bellissime figlie e nipoti, ma quando può anche lui torna a Stivor. La casa è quella in cui tra gli anni ‘70 e ‘80 si venivano a cercare un’umanità e delle parole disperse nel tempo e si trovavano ospitalità, racconti, formaggio di pecora, salame e pane fatto in casa. Una casa e una famiglia pronti ad accogliere chi, come mio padre vent’anni fa, si fermò a riposare nel loro vialetto.